Hai fondato il Prisma Art Prize nel 2019 con Il Varco. Qual è stata la visione iniziale che ti ha spinto a creare questo premio e come si è evoluta negli ultimi sei anni?
Il Prisma Art Prize è nato da un bisogno di comunità: volevo conoscere artisti, vedere come lavorano, capire come utilizzano la pittura in contesti culturali diversi dal mio. Nel 2019, quando abbiamo fondato il premio, sentivo la necessità di creare uno spazio di confronto e scoperta.
Nel tempo il premio si è evoluto conservando la sua originaria missione di riflettere culture e visioni eterogenee e mettendo al centro il concetto di internazionalità e community.
Oggi, l’obiettivo del premio è duplice: da un lato, creare opportunità di carriera per artisti emergenti attraverso premi in denaro, pubblicazioni, mostre collettive e personali, e residenze in Italia e all’estero. Dall’altro, divulgare arte contemporanea tramite mostre ed eventi collaterali per sviluppare l’industria e attirare risorse nel settore.
Essendo sia artista che direttore artistico di un premio, occupi una posizione unica. In che modo la tua pratica personale come artista visivo influenza il tuo approccio nella selezione e nel supporto degli artisti emergenti?
Essere artista mi dà una prospettiva particolare: conosco la vulnerabilità di sottomettere il proprio lavoro al giudizio altrui, so cosa significa aspettare una risposta, sperare di essere visto. Questa consapevolezza mi rende più attento non solo all’opera, ma al processo che c’è dietro.
Riguardo il mio approccio alla selezione, cerco di non limitarmi al mio gusto personale e non cerco di valorizzare solamente opere che rispettano il mio gusto, ma sono anche alla ricerca di visioni che siano in contrasto con la mia.
Essere direttore artistico del Prisma Art Prize per me è un privilegio: ho un occhio costante sulla produzione emergente contemporanea e questo mette in continua discussione e alimenta la mia pratica.
Sono due ruoli che si intrecciano e si nutrono a vicenda, impedendomi di accontentarmi, né di ciò che produco, né di ciò che vedo.
Il Prisma Art Prize ha mantenuto un focus mediale, escludendo sculture e opere digitali. Perché questo focus è importante per te?
Si tratta di una scelta radicale che ha accompagnato il premio dalla sua nascita: concentrarci su opere bidimensionali appendibili a parete ci permette di restituire una panoramica più definita dello stato dell’arte.
Accettiamo qualunque tipo di opera che abbia un intervento manuale tradizionale e che sia appendibile a parete, inclusi ceramica, multimedia, tessile o fotografia, purché rispettino questi due requisiti.
La scelta di limitarci a opere appendibili deriva dalla natura competitiva del premio: come posso confrontare un video con un quadro? Una scultura con un disegno? Creare una categoria unica ci permette di valutare le opere in modo più equo e coerente, costruendo un dialogo tra lavori che condividono uno stesso linguaggio spaziale.
Accettiamo solo opere che abbiano un intervento tradizionale perché vogliamo valorizzare la manualità dietro l’arte, perché è direttamente collegata all’esperienza umana. C’è un rapporto intimo tra il gesto, il materiale e la superficie che credo sia fondamentale preservare.
Il Prisma Art Prize ha costruito una comunità internazionale, con l’80% dei partecipanti provenienti dall’estero. Come gestisci questa dimensione globale e cosa significa per te creare ponti tra artisti di culture diverse?
Creare ponti tra artisti di culture diverse significa fare del bene all’arte e al mondo. La commistione culturale crea ispirazione e dà vita a nuove forme e le relazioni che si creano all’interno della nostra community innovano un panorama che per quanto sembri mobile e all’avanguardia è in realtà carico di tensioni, invidie e di imitazione. Penso sia di fondamentale importanza, oggi, per un artista emergente, vedere come altri artisti operano dall’altra parte del mondo, capire come rendono la propria pratica sostenibile e raccontare la propria esperienza.
La difficoltà principale è riuscire a raggiungere comunità artistiche lontane dall’ industria occidentale per avere la possibilità di restituire storie e sensibilità differenti. Siamo particolarmente interessati a raggiungere artisti del sud globale, che fanno riferimento a mercati differenti dal nostro. Affrontiamo questa sfida con un fine lavoro di comunicazione e divulgazione e tramite partnership in continuo sviluppo.
Dal tuo punto di vista, quali tendenze vedi emergere nella pittura e nel disegno contemporanei? Ci sono temi o approcci specifici che ritieni definiranno la prossima generazione di artisti?
Sto assistendo sicuramente a un forte ritorno alla figurazione, ma non in senso nostalgico o accademico. I giovani artisti utilizzano la figura per esplorare le questioni urgenti del nostro tempo. C’è anche un’affascinante tensione tra digitale e analogico, con molti artisti che incorporano processi ed estetiche digitali nella pittura tradizionale o astratta, creando ibridi visivi che riflettono la nostra esperienza contemporanea.
Tuttavia, non è tanto nelle questioni stilistiche che vedo le tendenze più significative, quanto piuttosto in quelle tematiche. Le opere che trovo più interessanti e autentiche sono quelle intime e personali, lavori che, siano essi astratti o figurativi, parlano di emozioni e sentimenti. C’è una svolta verso l’interiorità e verso il racconto del sé, che contrasta con la prevalenza di opere apertamente politiche o concettuali che caratterizzava le generazioni precedenti e che mi sembrano sempre più rare nel panorama emergente internazionale.
Questa tendenza ha un parallelo evidente nel forte interesse delle giovani generazioni per la psicologia e la spiritualità. La mia generazione è più attenta che mai alla salute mentale e alla cura di sé. L’arte diventa così uno spazio di elaborazione personale e di ricerca interiore.
Molti lavori affrontano proprio la fragilità dei corpi e delle identità, esplorando temi come la solitudine, l’ansia, il trauma, la trasformazione.
Accanto a questa serietà c’è un rifiuto consapevole di essere puramente didattici o politici. Preferisco gli artisti che capiscono che la complessità e la contraddizione sono il terreno più fertile per i lavori più interessanti, e che l’arte non deve necessariamente offrire risposte ma può semplicemente creare risonanze emotive.
Come definisci il “successo” per un artista che partecipa al Prisma Art Prize? Quale impatto speri che il premio abbia sulle loro carriere?
Penso che il successo per un artista emergente si definisca innanzitutto nella capacità di portare avanti una pratica indipendente e sostenibile nel tempo, senza dover scendere a compromessi commerciali che tradiscano la propria visione. Significa riuscire a vivere la vita che si desidera vivere, mantenendo l’integrità artistica al centro del proprio percorso.
Ciò che auguro sinceramente a un artista emergente è di resistere alle pressioni esterne. Il mio auspicio è che coltivi la propria pratica in modo intimo e indipendente, che abbia il coraggio di esplorare territori personali anche quando non sono immediatamente comprensibili.
Con il Prisma Art Prize, spero di offrire uno spazio in cui gli artisti possano sentirsi valorizzati per la loro autenticità, non per la loro capacità di adattarsi alle mode del momento. Attraverso i premi in denaro, le opportunità espositive, le residenze e le pubblicazioni, vogliamo fornire strumenti concreti che permettano agli artisti di sostenere la loro pratica. Voglio che il premio sia un punto di riferimento per chi crede ancora nella sincerità della ricerca artistica.
Se riusciamo a dare fiducia e visibilità a questi artisti, contribuendo anche solo in piccola parte alla sostenibilità della loro pratica, allora il premio avrà raggiunto il suo scopo.
Che consiglio daresti agli artisti emergenti che stanno considerando di candidarsi al Prisma Art Prize o a competizioni simili?
È fondamentale non farsi distrarre dalle pressioni esterne e dal successo apparente degli altri. Ognuno ha il proprio percorso e i propri tempi e deve concentrarsi sulla propria ricerca, voce, sui propri bisogni espressivi.
C’è un altro aspetto che per me è stato fondamentale: pensare alla carriera artistica come un’esperienza collettiva, non solitaria. Abbandonare le invidie e la competizione tossica. Chiedere consigli, confrontarsi, condividere esperienze e difficoltà. Aiutare gli altri nel loro percorso. Quello che si dà torna sempre, in forme spesso inaspettate.
La comunità artistica è più forte quando ci sosteniamo a vicenda, quando creiamo reti di supporto invece di vederci come rivali.
I premi e le competizioni possono essere utili, ma non sono l’unico obiettivo. Sono momenti di visibilità e confronto, non la misura del vostro valore. Il vero successo sta nella capacità di portare avanti la propria pratica con autenticità e continuità.
