Il nostro direttore artistico Marco Crispano ha intervistato Andrea Vittoria Giovannini per il Prisma Art Prize. Nella conversazione riflette su cosa significhi essere un’“art activist” oggi, sul ruolo del collezionista come alleato di lungo periodo degli artisti e sulla linea sottile tra una comunicazione che sostiene una pratica e una comunicazione che trasforma un artista in un brand. Condivide inoltre la sua prospettiva sugli artisti emergenti, sulla costruzione di una community e su cosa significhi giudicare un lavoro all’interno di un premio.

 

Andrea Vittoria Giovannini lavora tra arte contemporanea, comunicazione e progetti culturali, ed è fondatrice di The Art Society, una piattaforma concepita come una comunità che crea occasioni d’incontro intorno all’arte, in spazi sia tradizionali sia non convenzionali.

 

M.: Se tu dovessi definire in una frase il tuo ruolo nel sistema dell’arte oggi, quale sarebbe questa frase?
A.: Attivista dell’arte. Essere attivisti dell’arte significa cercare di essere onesti nel modo in cui si naviga all’interno dell’ecosistema dell’arte: cercare la verità e l’autenticità. Riscontrare che quel lavoro, quel percorso, quella ricerca è necessaria perché questo artista, questo gruppo di artisti, devono raccontarci la loro verità e farla diventare rilevante, perché la vivono davvero, non solo perché è di moda o perché fa comodo.

 

M.: E secondo te, all’interno di questo contesto, il ruolo del collezionista oggi qual è?
A.: I ruoli del collezionismo sono tanti quanti collezionisti esistono. Mi piace pensare che artisti, collezionisti e galleristi dovrebbero avere tutti la stessa età, per avere gli stessi sogni e la stessa fame di crescere insieme. Per questo lavoro con artisti viventi e possibilmente sotto i 40 anni, emergenti non rappresentati o alle prime mostre: l’atteggiamento dovrebbe essere un atteggiamento di crescita insieme agli artisti con cui si decide di fare un percorso.

 

M.: Quindi un collezionista che si prenda una responsabilità delle proprie scelte?
A.: Sì. Per me acquisire un’opera non è una commodity. La funzione più grande è riuscire a creare un bouquet di opere che racconti una storia: la storia di chi le ha collezionate. Significa che gli artisti vanno conosciuti bene. Mostrare interesse nei confronti degli artisti e stargli accanto fa la differenza anche a prescindere dall’acquisizione. Il tema non è trovare arte: è trovare storie raccontate in maniera autentica da persone che non hanno alternative, se non essere artisti.

 

M.: Tu hai lavorato tra Londra e Milano nel mondo del design: cosa l’arte non dovrebbe mai imparare dal mercato del lusso?
A.: Il lusso è una parola abusata, violentata. Per alcuni collezionisti l’acquisizione è un elemento distintivo per elevarsi socialmente, ma c’è anche un pubblico che fa un lavoro di ricerca sul primo mercato e alimenta la storia dell’arte contemporanea. Comprare grandi maestri ravviva solo la forza del mercato e alza le quotazioni di chi è già una superstar.

 

M.: Parliamo di comunicazione: secondo te quando la comunicazione aiuta davvero l’arte e quando la danneggia?
A.: È un’equazione a moltissimi fattori. Ci sono artisti che cedono in comunicazione diventando dei brand perché c’è una carenza di vero contenuto: la ricerca è spesso debole o fortemente derivativa. A volte può essere il mercato che vuole trasformare un artista in un brand perché si affeziona a quell’estetica. A me piacciono gli artisti che riescono a sorprendermi, che hanno una discontinuità: cambiano medium, soggetti, tematiche. Mi piace quando qualcuno mi spiazza e mi tira fuori da una zona di comfort: altrimenti credo che né io né l’artista stiamo evolvendo.

 

M.: In un artista emergente, cosa ti attira per prima: coerenza, rischio, visione?
A.: La convinzione che la sua storia sia rilevante. Mi interessa l’onestà con il proprio sentire. Deve avere talento, un’idea, una tecnica. Mi piace che un giovane artista dimostri non la perfezione del lavoro, ma la forza e l’intenzione di voler stare al mondo con qualcosa di forte da dire. Questo messaggio singolare riesce a diventare universale, comprensibile da tutti a diversi livelli.

 

M.: Nella tua idea di community artistica, cosa manca oggi fra artista, collezionista, gallerie, pubblico?
A.: Manca una visione condivisa. Manca una forte decostruzione dei propri status e dei propri piedistalli: essere più generosi, più aperti, più pronti a condividere e a stare insieme, non solo per interesse di business.

 

M.: Vorrei parlare di The Art Society: puoi raccontare il progetto e che tipo di esperienza vuoi costruire?
A.: Immagino The Art Society come un gruppo che per elezione si auto sceglie e si auto riconosce, attratto dalla creazione di bellezza e da momenti in cui ci si può incontrare e condividere esperienze. Portiamo arte contemporanea in luoghi non designati per accogliere una mostra: un club, un ristorante, il foyer di un hotel. Allo stesso modo una fanzine indipendente dove penna e occhio visivo si incontrano e creano qualcosa di libero.

 

M.: Cosa significa per te giudicare all’interno di un premio?
A.: È un’opportunità di conoscere tantissimi artisti che non conoscevo. Da un portfolio non si riesce mai ad avere la visione totale dell’opera, però fa capire un gusto attuale di chi si candida. Guardo al premio con grande rispetto per il lavoro degli artisti e con grande curiosità, e spero che sia assegnato alla persona più meritevole e che da questo premio abbia una dose di fiducia per andare avanti e fare ancora di più.

PRISMA ART PRIZE’S JUROR
Name: Andrea Vittoria Giovannini
Location: Italy
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