Vittorio Bianchi: “Ogni lavoro nasce dalla risposta a un’impellenza che, sfogandosi in un progetto, passa per prima cosa dalla scelta del medium: un tessuto nel mio caso, di qualsivoglia natura. “

Come e perché hai iniziato la tua carriera artistica?

 

Credo sia stata la fisiologica risposta a un’esigenza che ho sempre avvertito in maniera prepotente: quella pulsione imprescindibile di creare e dare forma a quello che ancora non esiste nella sua fisicità.

Così a 15 anni, in attesa di mettere i soldi da parte per poter rispondere a uno dei miei primi impulsi creativi, la musica, e comprare il mio primo basso, andai in cantina e tirai fuori i colori e gli album da disegno di scuola.

 

Da lì il mio primo lavoro, che generò un flusso che da allora non si è mai arrestato.
Il passaggio poi dal creare “per me”, raccontando di me, al creare “fuori da me” è un processo che ha richiesto anni.

 

Come hai scoperto il tuo medium e perché l’hai scelto?

 

Mi sono approcciato al mio medium, il tessuto, quasi per caso: dal lavorare con colori ad olio su tele di 2 metri x 2, mi sono ritrovato all’improvviso senza studio e a poter usufruire solo di un piccolo spazio. Trovai delle cartoline d’epoca di cui mio nonno era collezionista e, nell’impulso di intervenire su di esse con dei pastelli ad olio, iniziai a raschiarle. Da lì il passo è stato breve: ho raschiato una tela preparata per un dipinto e non mi sono più fermato.

 

Un tessuto porta con sé la sua storia tanto quanto quella dell’uomo, di cui è parte integrante sin dalla nascita: appena nati veniamo avvolti da una coperta, un involucro quasi a simulare la protezione placentare del ventre materno.
Ho scelto quindi di lavorare con il tessuto in quanto rappresentante reale, concreto, di una sintesi che rispecchia la mia poetica: l’essere e il tempo come concetto unificato di equilibrio tra essere e non essere.

 

Puoi parlarci del tuo processo creativo? Come nasce un tuo lavoro? Quanto tempo ci metti? Quando sai che è finito?

 

Considero finito un lavoro quando avverto che non richiede un ulteriore mio intervento. Non è una mia decisione a priori, è l’opera stessa a suggerirmelo.
Bisogna saper imparare ad ascoltare il proprio lavoro: l’artista e l’opera sono un binomio imprescindibile, tanto quanto l’equilibrio che ne consegue; non ottemperare a questa silenziosa richiesta rischierebbe di far cadere l’artista in un egotismo che ritengo poco interessante.

Ogni lavoro nasce dalla risposta a un’impellenza che, sfogandosi in un progetto, passa per prima cosa dalla scelta del medium: un tessuto nel mio caso, di qualsivoglia natura. La ricerca del materiale adatto può richiedere mesi, mentre la realizzazione concreta potrebbe richiedere relativamente persino pochi minuti (tanto quanto intere settimane).

 

Ogni volta che mi approccio a un nuovo materiale è come ripartire da zero. Ho bisogno di sperimentarlo per conoscerlo nel profondo e lavorarlo in modo funzionale.
Il processo creativo in quanto tale nasce dall’esigenza di rivelare, grattando e scalfendo, la parola celata che il materiale con cui sto lavorando vuole raccontare ma che, intrappolata nella sua struttura, rimane silente nella sua superficie muta.

 

Chi sono i tuoi artisti preferiti? Quali ti hanno ispirato e influenzato maggiormente?

 

Mi piacerebbe citare Gerhard Richter, Robert Gligorov, Giorgio Brogi e John Cage.

Per quanto distanti tra loro per molti aspetti, sono accomunati da alcuni elementi per me di grande importanza:
l’approccio personale al concetto di tempo, l’utilizzo di medium diversi nella propria produzione artistica, l’autenticità di una visione a tutto tondo che li distanzia da tanti che invece soccombono all’errata convinzione che essere un artista significhi doverlo in qualche modo dimostrare.

L’ARTISTA

Nome: Vittorio Bianchi
Residenza: : Italia
Occupazione: Pittore
Social: https://www.instagram.com/vtrbnch/

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