Il nostro direttore artistico Marco Crispano ha intervistato Giulio Raffaele per il Prisma Art Prize. Nella conversazione, Giulio racconta come il suo collezionismo sia evoluto dall’istinto e dall’“innamoramento” verso un approccio di ricerca e responsabilità di lungo periodo, dando forma a Silent Art Explorer come progetto di supporto ad artisti emergenti e lavoratrici/lavoratori della cultura. Parla del collezionare come custodia più che come possesso, delle difficoltà nel costruire una cultura del collezionismo più sana e di cosa significhi giudicare pratiche emergenti all’interno di un premio.
Giulio Raffaele è un collezionista d’arte e co-fondatore di Silent Art Explorer, un’iniziativa nata nel 2020 per condividere lo sguardo di un collezionista e sostenere attivamente l’ecosistema dell’arte contemporanea attraverso mecenatismo, dialogo e costruzione di comunità.
M.: Se tu dovessi descrivere oggi il tuo modo di collezionare con una parola sola, quale sarebbe?
G.: La parola oggi sarebbe ricerca. E, probabilmente, quando avevo iniziato sarebbe stato più istinto o innamoramento. Si è trasformata molto.
M.: Nel tuo racconto torna spesso l’idea dell’innamoramento. Cosa deve scattare concretamente davanti a un lavoro? E come è cambiata la tua esperienza di collezionismo nel tempo?
G.: All’inizio decidevo di acquisire un’opera perché me ne innamoravo. Ero in fiera, facevo le “vasche”, finché, passando davanti a uno stand, l’occhio si fermava su qualcosa che mi catturava. Approfondivo l’opera, parlavo con la persona responsabile della galleria. A quell’epoca non ero propenso al dialogo con l’artista: volevo che fosse un’esperienza strettamente personale. Sono andato avanti così per qualche anno e ho comprato le prime opere della collezione così.
Nel 2020, un giorno mi sono svegliato e ho capito che la missione della mia vita è collezionare arte, ma soprattutto portare avanti un progetto di supporto al settore dell’arte e della cultura. Quindi, il mio obiettivo è diventato non solo supportare le artiste e gli artisti che conducono ricerca artistica di valore e realizzano opere d’arte emergente , ma anche le persone che svolgono le più varie professioni del settore dell’arte e della cultura. È nato Silent Art Explorer, co-fondato con Aurora Rossini che ha collaborato al progetto nel ruolo di consulente progettuale. Dunque, ho iniziato a concepire l’atto del collezionare e l’attività di mecenatismo come una responsabilità politica, ma soprattutto come qualcosa che alla base ha bisogno di tantissima ricerca, di un approccio di profonda riflessione.
Dunque, ho cambiato radicalmente approccio: vado a cercare le persone che realizzano opere d’arte per parlare con loro, conoscere la loro visione, la loro progettualità, come fanno ricerca, i temi che sono loro più cari e come questo si traduce in un’opera o in un corpus di opere. Concentro le mie energie sul costruire una relazione di lungo periodo che poi si può trasformare anche in collaborazione.
In questa prospettiva, seguo cicli abbastanza lenti di attività collezionistica e di mecenatismo: sei mesi di ricerca e sei mesi di acquisizione o finanziamento, anche se in realtà è un ciclo continuo. Vado nelle gallerie, negli studi d’artista, agli eventi. Raccolgo idee su tematiche, sviluppo il mio pensiero, cerco di farmi costantemente un’idea di quali sono i temi più rilevanti nel contemporaneo.
Questo mi ha portato a impostare la collezione su tre filoni di ricerca principali: un filone è dedicato alle tematiche di genere e ai movimenti ecotransfemministi; un altro filone è dedicato al senso politico della solitarietà e della solitudine; e poi un filone è dedicato alla ricerca sul senso politico del tempo. Qui, credo sia importante specificare che con il termine “Politico” non mi riferisco al concetto di schieramento partitico. Bensì, intendo la responsabilità nel costruire relazioni umane di valore e la consapevolezza dell’impatto che ogni persona ha sulle altre persone con cui interagisce.
M.: Se dovessimo riassumere ciò che muove la direzione della tua ricerca, qual è?
G.: È una visione di lungo periodo: un senso di responsabilità nei confronti delle persone che fanno arte e delle persone che lavorano nel settore dell’arte e della cultura. Un senso di responsabilità nei confronti dell’umanità, intesa come comunità di cui faccio parte. Significa utilizzare il privilegio di cui sono portatore — essere un uomo, avere accesso a un certo tipo di reddito — e metterlo a servizio dell’arte e della cultura, e tramite questo tramandare i segni, lo spirito del tempo presente attraverso le generazioni.
M.: Comprando soprattutto artisti emergenti, come distingui un rischio che vale la pena compiere da un azzardo? Ci sono segnali che ti fanno pensare che una ricerca può durare?
G.: Prima di rispondere alla domanda, credo sia importante premettere che mi esercito costantemente a non provare più il senso del possesso nei confronti delle opere che colleziono: in questa prospettiva, mi pongo come un custode temporaneo delle opere che acquisisco. Allo stesso modo, non considero più le opere un investimento. Se vogliamo parlare di rischio/azzardo, queste categorie non si applicano, poiché compio l’atto di acquisire un’opera o di finanziare/produrre/supportare un progetto senza aspettarmi alcun tipo di ritorno. Se vogliamo usare il termine investimento, potrei dire che lo considero un investimento nel valore umano.
M.: Ti va di descrivere Silent Art Explorer e qual è l’urgenza dietro la sua fondazione?
G.: Come anticipavo poco sopra, il progetto è nato nell’agosto del 2020. Era un periodo difficile della mia vita, ero alla ricerca di uno scopo. Mi sono alzato una mattina e ho detto: ho capito qual è la mia missione nella vita. Ho proposto ad Aurora, anche lei appassionata di arte e cultura contemporanee, di lanciare un progettino: un profilo Instagram in cui raccontare la prospettiva di un collezionista emergente sull’arte emergente e sul mondo del contemporaneo. Silent Art Explorer nasce così, come un’attività di condivisione di punti di vista.
Il primo progetto che ho finanziato fu un evento che si chiama Vacunalia, nei boschi nei dintorni di Vacone. Successivamente, ho iniziato a metterci più struttura, metodo e pensiero. Ho dato una missione precisa al progetto: “Supporting emerging artists and the ecosystem of art and culture workers”.
A inizio 2023, Aurora ed io abbiamo deciso di seguire strade diverse. Quindi, da gennaio 2023, conduco il progetto in autonomia. La mia intenzione è che Silent Art Explorer diventi un progetto collettivo. Vorrei coinvolgere altre persone che collezionano, persone che fanno arte, persone che fanno curatela e tante altre professionalità del settore dell’arte e della cultura. Vorrei che Silent Art Explorer fosse un organismo che si evolve attraverso le generazioni.
Partendo da questa visione e da questa missione, il mio sogno è che quando avrò 70–75 anni andrò alle inaugurazioni a reclutare persone più giovani, 25–30enni, dicendo loro: “Vuoi portare avanti questo progetto?”. Vorrei proporre loro di continuare a guidarlo dopo che sarò morto, seguendone l’impronta etica e morale e la missione: supportare artiste e artisti emergenti e lavoratrici e lavoratori del settore dell’arte e della cultura. Professioni che, ad oggi, in Italia, non hanno ancora dignità di professioni riconosciute formalmente.
M.: Qual è l’ostacolo principale che trovi davanti a questa visione?
G.: C’è un ostacolo culturale insito in chi colleziona: una concezione di possesso e chiusura. Io compro l’opera, l’opera è mia, aspetto che acquisisca valore e capisco se rivenderla o tenerla.
C’è anche un pregiudizio: collezionismo e mecenatismo come attività elitaria. È difficile portare una nuova visione nel collezionismo. In realtà, credo che molte più persone di quante immaginiamo possono fare piccolo collezionismo. Quando inizi a mettere insieme tante collezioni diverse stai creando cultura: un oggetto politico.
Un altro ostacolo è economico: vedo una tendenza a gonfiare i prezzi anche degli emergenti. Non la capisco, non la condivido: rischia di bruciare l’artista e allontana una fascia ampia di collezionismo potenziale.
M.: Guardando la pittura emergente oggi: cosa ti sembra vivo e cosa ti sembra già formula?
G.: Premetto che rispondo sulla base dell’osservazione aneddotica, in quanto non sono né uno storico dell’arte, né un critico. Oggi riesco a vedere anche nell’arte emergente un approccio a cercare di manipolare, trasformare il corpo umano, vederlo in dialogo con il contesto di cui fa parte.
Percepisco come più limitato l’aspetto più “astratto”, e anche la figurazione più accademica. C’è stato un periodo in cui andava tantissimo l’iperrealismo, tra il 2016 e il 2018. Poi ho perso interesse e ho capito che era un po’ una bolla.
In alcuni casi diventa “arte che arreda”, pura estetica. Va bene, legittimo, ma non fa parte della mia visione della funzione dell’arte.
M.: Cosa significa per te giudicare all’interno di un premio d’arte?
G.: Mi sento molto onorato: vuol dire che la comunità mi affida un compito di responsabilità. Lo vivo come un impegno a dare spazio a persone che riescono a rispecchiare quello che sta succedendo oggi nel mondo, nella realtà umana. Nel momento in cui metto un voto più alto a un’opera invece che a un’altra, sto influenzando l’opportunità di carriera artistica di una persona. Cerco di farlo con quanta più attenzione possibile.
Questo, poiché vi dietro a un premio d’arte vi persone che hanno investito giorni e ore a preparare la candidatura, persone che fanno lo spoglio delle candidature e scelgono le opere finaliste: dunque, insieme alle altre giurate e agli altri giurati, io sono un punto di sfocio di un processo molto laborioso e impegnativo.
