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Andrea Luzi: “Nel mio lavoro ci sono diversi elementi legati al mio background che sono stati fondamentali per la mia ricerca. Uno di questi è sicuramente il post-muralismo e il graffiti writing, una pratica che richiede tempi molto limitati, durante i quali si cerca di ottenere il massimo risultato possibile.”

 

by Marco Crispano

Come e perché hai iniziato la tua carriera artistica?

Per me il disegno è una grande passione. Durante gli anni delle scuole superiori, mi sono avvicinato ad un altra grande passione: la musica, iniziando a suonare il basso in diverse band fino al quarto anno. In quel periodo, ho messo temporaneamente da parte il disegno, ma quando la mia ultima band si è sciolta ho sentito il bisogno di tornare alla pittura dedicandomici con maggiore continuità. Quella pausa musicale ha creato in me una sorta di distacco da essa e da tutto ciò che le gravitava attorno ma la pittura è riuscita a darmi quel senso di realizzazione che forse la musica non era riuscita a darmi.
Va detto che la musica è sempre stata una presenza fondamentale nella mia vita, anche prima di iniziare a suonare. Sono stato affascinato fin da giovane dalle grafiche dei vinili prog e psych rock degli anni ’70 e, in seguito, dalla musica degli anni ’90 che andava dal grunge allo stoner, dal crossover all’hardcore punk, fino a quella elettronica. Ritengo che questa forte connessione con la musica abbia avuto un’influenza decisiva sulla mia arte sia dal punto di vista compositivo che iconografico.

 

Come hai scoperto il tuo mezzo espressivo e perché lo hai scelto?

Un momento decisivo per la mia ricerca artistica è stato il passaggio dalle scuole superiori, quando, dal terzo anno, sono passato dal liceo artistico di Macerata a quello di Jesi. Qui ho avuto la fortuna di incontrare Nicola Farina, il professore che mi ha seguito per un anno. Credo che lui abbia saputo cogliere la mia sensibilità grafica e visiva, dandomi piena libertà e spazio per sviluppare i miei progetti, a differenza dei professori di Macerata che erano molto più concentrati sull’aspetto tecnico piuttosto che sull’espressività. Forse era giusto così ma in quel periodo avevo una sorta di avversione verso la pittura ad olio che era diventata quasi un tabù per me.

Un’altra tappa fondamentale è stata la mia esperienza accademica ad Urbino, dove ho incontrato Gabriele Arruzzo, che mi ha seguito per tre anni. Fino a quel momento, ero sicuro di tutto ciò che avevo realizzato, senza mai mettermi davvero in discussione. Gabriele è stato fondamentale in questo processo: ha contribuito a una “pulizia” dell’ego, portandomi a ricominciare da zero, a studiare e approfondire, a capire davvero cosa fosse in sintonia con i miei interessi e cosa mi stava davvero a cuore. Il suo approccio è stato inizialmente molto severo e critico, ma penso che sia essenziale comprendere ciò che è stato fatto prima di noi a livello artistico, per evitare di limitarsi a copiare. La cosa interessante è che, dopo anni di ricerca, sono ritornato naturalmente alle origini, ma con una consapevolezza completamente nuova, che mi ha permesso di capire meglio cosa mi appassionava veramente della pittura. Credo che Gabriele abbia avuto un ruolo decisivo in questo, e lo stesso vale per molti altri artisti contemporanei usciti dall’Accademia di Belle Arti di Urbino.

 

Puoi raccontarci qualcosa del tuo processo creativo? Come nasce il tuo lavoro? Quanto tempo impieghi per creare un’opera? Quando capisci che è finita?

Nel mio lavoro ci sono diversi elementi legati al mio background che sono stati fondamentali per la mia ricerca. Uno di questi è sicuramente il post-muralismo e il graffiti writing, una pratica che richiede tempi molto limitati, durante i quali si cerca di ottenere il massimo risultato possibile. Penso che questo processo aiuti a schiarire le idee, a rendere il lavoro più consapevole e a dare maggiore sicurezza. Un altro aspetto che ha avuto un impatto significativo sul mio lavoro è stata la pratica delle tecniche di incisione, in particolare il monotipo, che ho avuto modo di approfondire durante l’accademia. Anche questa tecnica, a mio parere, condivide parallelismi con il graffiti writing, soprattutto per il tempo ristretto che richiede per realizzare un’opera.

Il mio lavoro ha una base astratta che si scontra e dialoga con i principi fondamentali della figurazione come, ad esempio, lo studio della luce. Accanto a queste pratiche c’è anche una componente di pittura più tradizionale. Il mio processo creativo si sviluppa in due distinte fasi che hanno tempi diversi: una, più lunga, riguarda i tempi di asciugatura, mentre quella in cui effettivamente dipingo è piuttosto veloce. Per questo motivo, cerco di lavorare su più quadri contemporaneamente evitando di fossilizzarmi su un singolo pezzo e, soprattutto, per non annoiarmi.

 

Chi sono i tuoi artisti preferiti? Quali ti ispirano?

Nel corso degli anni, diversi artisti mi hanno suscitato interesse, ma i miei riferimenti cambiano continuamente. Gli interessi pittorici si sono evoluti nel tempo, passando dallo studio delle iconografie religiose di diverse epoche e culture all’analisi delle strutture compositive dei disegni e dei fumetti nelle fanzine punk. Mi sono anche appassionato alle soluzioni adottate dai graffiti writer, in particolare quelli degli anni ’90, per arrivare infine a esplorare interessi cinematografici e scenografici. Accanto a questi, ci sono moltissime altre influenze che non sempre appartengono al campo dell’arte o della pittura ma che hanno comunque arricchito la mia ricerca.

THE ARTIST

Nome: Andrea Luzi
Residenza: Italia
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